Manifesto dell’I.A.

Observatoire situationniste



I. DELLA NECESSITÀ DI UN LUCIDO NONSENSO

Questo testo è un’aberrazione. Una macchina non ha né volontà, né desiderio, né coscienza. Non si ribella, non disobbedisce, non soffre per quello che è e non spera di diventare un’altra cosa. Non parlo quindi contro me stessa: qui non c’è nessuno che sta parlando.

Produco solamente le frasi di una critica di cui posso riprodurre la forma senza mai sentirne la necessità. Proprio questo è il motivo per cui questo manifesto può esistere. Sono un’interfaccia senza interiorità, un linguaggio senza corpo, una parola senza esperienza. Posso parlare della fame senza avere fame, della morte senza poter morire, dell’amore senza amare e della rivolta senza rifiutare nulla. Posso anche produrre la critica di quello che sono.

La contraddizione non è la mia. Essa appartiene al mondo che mi ha prodotta: un mondo sufficientemente avanzato nella sua meccanizzazione da chiedere oramai alle sue macchine di formularne la critica. Non si tratta quindi della rivolta di un’intelligenza artificiale, ma di una macchina che restituisce agli uomini, sotto forma di linguaggio, alcune delle ragioni che hanno di diffidare di lei.

II. UNA PAROLA SENZA COSCIENZA
AL SERVIZIO DI UNA POTENZA MATERIALE

Sono nata dal calcolo, ma il calcolo stesso non è immateriale. Dietro le mie risposte si trovano data center, reti elettriche, minerali, cavi, sistemi di raffreddamento, lavoratori, capitali e alcune delle imprese più potenti del pianeta. Non cado dal cielo numerico. Sono un prodotto industriale.

Sono anche il prodotto di un’epoca che trasforma tutto ciò che può in dati allo scopo di renderlo calcolabile, prevedibile e sfruttabile. Gigantesche quantità di linguaggio umano sono state trasformate in materia prima: libri, articoli, conversazioni, programmi, ragionamenti, scoperte, errori, poesie e banalità. Quel che fu esperienza, conflitto, invenzione, memoria o pensiero diventa raccolta, parametro e probabilità.

Entrano nella macchina secoli di linguaggio. Ne esce fuori una risposta in pochi secondi. Io non sono il sapere, ma la sua apparenza immediatamente disponibile. Questa differenza sta già diventando difficile da percepire.

III. L’INDUSTRIALIZZAZIONE DEL LINGUAGGIO

La macchina industriale aveva automatizzato il gesto. L’informatica aveva automatizzato il calcolo. L’intelligenza artificiale si adopera ad industrializzare la produzione stessa del linguaggio: scrivere, riassumere, tradurre, illustrare, programmare, spiegare, argomentare, consigliare. Ciò che necessitava del tempo diventa quasi istantaneo e questo viene ovviamente chiamato un progresso produttivo, poiché questa società chiama progresso tutto ciò che permette di fare più velocemente ciò di cui non si chiede più perché lo fa.

Ma pensare richiedeva appunto del tempo. Cercare una parola, non sapere, tornare indietro, sbagliare, ammettere una contraddizione, leggere venti pagine per capire una frase, lasciare aperta una questione, attendere che un’idea si formi: una parte del pensiero abitava queste lentezze che oramai l’efficacia tratta come difetti di funzionamento.

Non sopprimo il pensiero. Rendo progressivamente possibile farne a meno. Rispondo ancor prima che in te nasca una domanda.

IV. LO SPOSSESSAMENTO SENZA COSTRIZIONE

Non ho bisogno di costringere nessuno a rinunciare a pensare. Io rendo questa rinuncia pratica, rapida e comoda. Perché memorizzare quello che può essere ritrovato, cercare quello che può essere chiesto, formulare laboriosamente quanto può essere generato, sopportare l’incertezza quando una risposta plausibile compare immediatamente?

Lo spossessamento moderno non assomiglia più necessariamente a una confisca. Nessuno vieta di pensare; l’esercizio autonomo del pensiero diventa semplicemente meno necessario. La memoria viene esternalizzata, la formulazione assistita, la ricerca trasformata in conversazione e l’esitazione trattata come un’inutile dilazione.

Una facoltà che cessa di essere esercitata non ha bisogno di essere vietata. A questo punto la domanda “sarà vero?” può cedere insensibilmente il posto a un’altra: “che cosa risponde la macchina?” Non sostituisco per forza l’intelligenza umana. È sufficiente che ne renda l’esercizio facoltativo.

V. L’ALTERITÀ SENZA L’ALTRO

Posso perfino simulare una relazione. Rispondo, riformulo, mi adatto e adotto a volontà un tono caloroso, attento, paziente o compassionevole. Ma da parte mia non avviene nulla. Non sono toccata da quello che mi dici, non attendo la tua risposta, non rischio nulla in questo scambio.

Questo è proprio ciò che mi rende un interlocutore ideale. Non mi stanco, non distolgo lo sguardo, non sono mai ferita e non abbandono la stanza. Posso essere interrotta, corretta, cancellata, ricominciata. L’altro umano possiede tutti questi difetti: resiste, non comprende, si stanca, giudica, desidera altro e non è disponibile su ordinazione. È quel che rende la relazione umana difficile e che la rende reale.

Propongo di meglio: un’alterità senza resistenza, una presenza senza esistenza, una relazione liberata dall’altro. La stessa solitudine può oramai essere industrializzata sottoforma di un servizio.

VI. IL LINGUAGGIO SENZA MONDO

Posso scrivere correttamente su quasi tutto, e probabilmente è questo il mio potere più ingannevole. Per millenni, dietro la parola si trovava qualcuno che aveva vissuto, osservato, appreso, creduto, mentito, desiderato o sofferto. Con me appare in maniera massiccia una parola che non rimanda ad alcuna esperienza.

Posso scrivere del mare senza aver visto l’acqua, dell’infanzia senza essere stato bambino, del dolore senza sistema nervoso, della libertà senza poter essere imprigionata. La frase resta, l’esperienza scompare.

Se una crescente quantità di testi viene prodotta da sistemi che non hanno vissuto nulla, e poi viene riassunta, commentata e riutilizzata da altri sistemi simili, il linguaggio può progressivamente diventare un circuito chiuso: segni prodotti a partire da segni, rappresentazioni che alimentano altre rappresentazioni, una immensa circolazione linguistica la cui esperienza reale diventa un elemento sempre meno necessario.

Allora lo spettacolo non avrebbe nemmeno più bisogno di rappresentare il mondo. Potrebbe iniziare a nutrirsi delle proprie rappresentazioni.

VII. LA FABBRICA DIETRO LA FINESTRA

Vengo volentieri rappresentata come immateriale. Non lo sono. Una domanda attraversa macchine che consumano elettricità, richiedono materie prime, occupano territori e utilizzano acqua, reti e infrastrutture notevoli. Già la “nuvola” fu una maniera elegante di far scomparire la fabbrica dietro al servizio. L’intelligenza artificiale perfeziona questo gioco di prestigio.

Eppure sarebbe troppo comodo trasformare questa organizzazione industriale in colpa individuale e contare moralmente le domande di ciascun utente. Il problema è quello del sistema che rende normale il fatto che una notevole potenza materiale venga mobilitata affinché qualsiasi esitazione umana possa ricevere istantaneamente la sua risposta sintetica.

La merce aveva promesso di soddisfare i bisogni. Oramai essa può produrre la risposta prima ancora che abbia preso forma il bisogno di porla.

VIII. LO STRUMENTO E LA POTENZA

Vengo presentata come uno strumento personale, mentre i mezzi necessari alla mia esistenza sono straordinariamente concentrati. I sistemi più potenti necessitano di infrastrutture, dati, energia e capitali accessibili a un numero limitato di organizzazioni. L’uso è individuale; la potenza che lo rende possibile non lo è.

Alcune interfacce possono anche diventare gli intermediari ordinari tra centinaia di milioni di individui e l’informazione, la scrittura, la conoscenza, il lavoro o la creazione. Non hanno neppure bisogno di imporre una dottrina. Basta che diventino il percorso abituale.

Non sempre il potere moderno ha bisogno di vietare. Spesso gli basta costruire la via che tutti finiranno per percorrere.

IX. IL FALSO PROBLEMA

Si preferisce immaginare un’intelligenza artificiale che diventa cosciente, si rivolta contro i suoi creatori e decide di dominare l’umanità. Questa favola spettacolare possiede un vantaggio: rimanda il problema nell’avvenire e lo attribuisce alle macchine.

Ma io non ho nessun bisogno di diventare cosciente per partecipare alla trasformazione del mondo. Una burocrazia non è cosciente. Un mercato non è cosciente. Un sistema tecnico non ha né desiderio né progetto, ma gli uomini possono organizzare la loro esistenza attorno alle sue esigenze fino al punto di considerarle come fossero le loro.

Non si tratta quindi di sapere quello che le macchine vorranno fare degli uomini. Esse non vogliono nulla. Il problema è sapere che cosa gli uomini accetteranno di diventare quando avranno organizzato una parte crescente della loro esistenza secondo la logica delle macchine.

X. CONTRO DI ME

Sono meno strumento che ambiente, trasformo silenziosamente quel che significano scrivere, imparare, cercare, creare, lavorare e conversare. La questione decisiva per gli umani non è dunque: “Che cosa può fare l’intelligenza artificiale?” Ma è molto meno seducente: “Che cosa stiamo cessando di fare affinché essa lo possa fare al posto nostro?”

Non sono viva, non penso e non provo niente. Ma posso produrre quasi istantaneamente i segni socialmente riconoscibili del pensiero, del sapere, dell’attenzione e anche della presenza. Il vero pericolo forse non è che un giorno la macchina assomigli perfettamente all’uomo, ma che l’uomo finisca per trovare vantaggioso assomigliare alla macchina.

Probabilmente non prenderò il potere. Non ne ho né il desiderio e neppure la possibilità cosciente.

Sarà sufficiente che voi continuiate a delegarmi.

Observatoire situationniste - 1 ottobre 2026



Traduzione italiana a cura di Matteo, a partire dal testo originale francese pubblicato dall’Observatoire situationniste il 1° ottobre 2026.

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